martedì, novembre 25, 2008

La campana ovvero Lo Zen e l'arte della forchetta

"Non dovresti mirare all'obbiettivo ma a te stesso. Se lo fai così, colpirai te stesso, il Buddha, e l'obbiettivo tutti insieme."

Eugen Herrigel, Lo Zen e l'arte dell'arcere
Nella tradizione Zen di Thich Nhat Hanh si usa la campana per cominciare una sessione di meditazione seduta. La tecnica di suonare non è proprio quella di uno strumento musicale qualsiasi - o forse dipende dal musicista. Prima di suonare, si prende un respiro e si porta l'attenzione alla campana, alla bacchetta che ha in mano, a se stesso. Non c'è nessun altro luogo dove dovrebbe stare e può semplicemente stare lì. Tra un suono e un altro si prendono tre respiri e si posa la bacchetta.

Finché non ho provato questa tecnica non avevo capito perché posare la bacchetta. Tre respiri che saranno, qualche secondo? Non sarebbe meglio tenere la bacchetta lì pronta? Invece no. Tenendo la bacchetta pronta stai tenendo te stesso pronto, che vuol dire che stai già nel futuro, aspettando la fine dei tre respiri e perdendo il suono del momento, il respiro del momento, te stesso del momento. Appoggi la bacchetta e torni alla realtà, che non è tanto male. Veramente è un piccolo gesto che cambia tutto. Come direbbero i maestri Zen, non stai suonando per l'obbiettivo di suonare, suoni per essere presente suonando.

Lo stesso principio vale ugualmente in cucina. Stai lì al tavolo, con un piatto di fettuccine o di risotto davanti agli occhi e la forchetta in mano. Tra un morso e un altro, cosa fai con la forchetta mentre mastichi? La tieni lì, sopra il piatto pronta per il prossimo morso? Se siete come me l'avete già appesantito di cibo quando la bocca è ancora piena della forchettata precedente. Mangi, mastichi, la forchetta fa avanti e dietro, ma la forchetta e la mente stanno sempre un passo avanti e alla fine hai perso tutto il carciofo. Che peccato.

Ho posato la forchetta e ho iniziato a mangiare davero davero, forse per la prima volta. Senza che io lo sapessi una grande parte della mia mente era impegnata nel tenere la forchetta pronta, anche se era un azione ormai involontario. Con il braccio giù e la forchetta posata per tavolo, improvvisamente mi trovo libero di gustare il cibo, di apprezzare meglio l'ambiente e la compagnia. Tutto diventa molto più vivido e allo stesso momento svaniscono le preoccupazioni e i pensieri che normalmente fanno da contorno. Mangiare per essere presente mangiando. Mira a te stesso e colpisci te stesso, ma anche i sapori, gli odori e i colori, che fin'ora perdevi.

Buon appetito!

mercoledì, novembre 19, 2008

Life is worth living

Sulla porta della mia casa c'è un adesivo da paraurti che ricevetti due mesi fa nella Palestina. E' scritto in arabo e in inglese: "Life is worth living", che può essere tradotto "La vita è degna di essere vissuta".

Lo misi sulla porta perché mi piace l'idea ma non avevo capito fino in fondo la natura radicale della frase fino a ieri, quando un operaio palestinese che lavorava sulla casa del vicino ha cominciato una conversazione. L'uomo aveva una cinquantina d'anni. In generale l'età media degli operai qui è più grande che in Italia, un dato che riflette due aspetti della realtà: la difficoltà economica nella Palestina e il fatto che è assai più probabile che un attentato viene compiuto da un maschio più giovane; perciò la storia tragica dei posti di blocco. L'uomo chiedeva con entusiasmo da dove ho avuto l'adesivo. Ha chiesto se io sapessi chi l'ha scritto ed era molto felice di raccontarmi chi.

In molte parti del mondo "la vita è degna di essere vissuta" potrebbe essere uno slogan contro la pena di morte, contro l'aborto o di un'altra causa ancora. Ma scritto in arabo e distribuito da palestinesi in Palestina ha un altro senso. Intrappolati fra l'occupazione israeliana da una parte e l'indottrinamento integralista (Hamas) o nazionalista (Fatah) dall'altra, il messaggio che i giovani ricevono da tutte e due le parti è che la loro vita non è degna - o per la mancanza di rispetto verso i loro diritti civili e umani nei posti di blocco, le distruzione delle case e l'incarcerazione e detenzione di 10.000 palestinesi in Israele, o per la glorificazione dei martiri e l'insistenza su tutti i mezzi di comunicazione che solo morendo (a volte morendo mentre uccide il nemico, soldato o cittadino che sia) la vita ha un significato. Questi messaggi, diretti e indiretti, non possono che avere un impatto forte specialmente sui giovani. E quindi "la vita è degna di essere vissuta" non è né una frase new-age leggera né una chiamata a una causa per la quale lottare ma qualcosa di molto più coraggiosa.

La vita, il nostro essere in vita, in questo momento, è un miracolo. Non abbiamo fatto niente per meritare la capacità di camminare su due gambe, di guardare un bel panorama o di parlare con un amico. Lasciare che un altro ci convinca del contrario, o che ci distragga da questo regalo, è forse l'ingiustizia più grave che ci sia. Mi emoziona il coraggio di questa frase e dei giovani che me l'hanno regalata. Allo stesso tempo rifletto su i tanti momenti, anche in Italia, che di fronte a cose molto più piccole e meno gravi, mi perdo nella dimenticanza. Se questi ragazzi, nella Palestina d'oggi, possono fare questo sforzo, forse lo possiamo fare anche noi?

venerdì, novembre 07, 2008

Riconciliazione

Un'iniziativa di riconciliazione tra i "48" (rossi, repubblicani, McCain) e i "52" (blu, democratici, Obama): From52to48withlove.

Magari ci fosse una cosa da genere in Italia... Ma perché no? Che manca? Che pensate?